23 marzo 2017

DELLA STESSA PASTA

20 dicembre. Pochi giorni ancora a questo Natale. Il primo senza te. Una strana sensazione mi avvolge. Mi tiene. Mi scuote. Un anno a questa parte guardavamo insieme al mio prossimo traguardo. E la laurea è arrivata ma tu non c’eri. O meglio.  Io ti ho visto in un angolo di quell’afosa aula di un venerdì di luglio ternano. C’eri. Ho visto le tue lacrime. Fiere. Le mie, invisibili, si trasformano in parole. La mia vocazione si concretizzava. Amare il proprio lavoro, un tuo grande, forse il più grande, insegnamento. Entusiasmo e passione. I due lati dell’amore. Sentire col cuore di chi soffre. Fare i medici non è affatto facile. Fare sì, perché il medico è un artigiano. Plasma dalla materia grezza la linfa della vita. I suoi strumenti più precisi sono le mani. I polpastrelli e i palmi. E poi ancora gli occhi, le orecchie e la bocca. Essere medici è sinestesia. Sono passati pochi mesi da quel momento ufficiale ma io sento, forte, inspiegabile ed impetuoso, il tuo spirito in me. Le occasioni per capirlo non mancano. Ho studiato lontano da casa. Uno dei tuoi consigli. Allontanati per conoscere il mondo da un’altra prospettiva. E dire che per tutti lui era un padre molto severo. Che mai mi avrebbe permesso tanta libertà. E invece mi ha lasciato andare a spiccare il volo, in Umbria, la mia terra di elezione. Ricordo ancora il giorno in cui gli ho presentato il mio maestro. Si sono guardati e poi hanno preso a raccontarsi le storie di quando ancora c’era la Clinica Medica e i maestri scrivevano i libri su cui si studiava. Mi ha lasciato felice. In questa terra, lontano da casa, ho iniziato a muovere i primi passi senza lui. In ambulatorio. Mi occupo di diabete. Paese che vai, usanze che trovi. Ma poi, in buona sostanza, i pazienti sono uguali un po’ dappertutto. Il dottorino di Bari. Così mi chiamano in molti. Ci voleva solo l’apparizione televisiva nel quiz di Gerry Scotti. Un giorno, una di loro ha detto al mio prof una frase che mi ha spiazzato e su cui ancora oggi, a distanza di qualche mese, continuo a riflettere. Mi piace il dottorino perché ci chiama per nome. E mi sono reso conto che è vero. Io i pazienti li chiamo per nome. E mi avvicino. E li accarezzo. E li abbraccio quando sono tristi. E ci parlo. Tanto. Troppo per i tempi del CUP. Ma io sono abituato così. E ne ho avuto ancora una volta una prova in questo mese in cui il tirocinio post-lauream mi ha condotto da un medico di base. Stessa classe di papà. Donna. Speciale. Con lei mi sembra di parlare la stessa lingua di sempre. Non nascondo che non sono riuscito a trattenere le lacrime quando le ho sentito impostare la terapia come faceva lui e come anche io avrei fatto, fossi stato solo. Si può fare. Si può continuare ad essere così. Passione ed entusiasmo. E sacrificio. Molti suoi pazienti, adesso che non c’è più si sentono smarriti. C’è chi ha perso un fratello, chi un amico, chi un confidente, chi tutto. E molti mi chiamano. E dicono. Metti il fonendo come lo metteva lui. La mano sulla pancia ha la stessa profondità. E le barzellette. Sei simpatico come lui. Non ti secca stare con noi. Uno una volta mi ha detto: siete della stessa pasta. Una grande definizione. Commovente. Della stessa pasta. Di cosa è fatta la pasta? Del grano della nostra terra, dell’acqua, del sole. Dell’anima del nostro essere per gli altri. Echi di cibo spezzato. Tavole condivise. Stare con. La famiglia del medico non più il medico di famiglia. I battesimi, le comunioni, le cresime, i matrimoni, gli anniversari. E poi la conclusione del ciclo della vita. L’ultimo saluto. Stare insieme. Siamo della stessa pasta. Una pasta secca. Perché ha avuto il tempo di temprarsi, insieme. Una pasta che tiene la cottura. Perché non si spaventa delle difficoltà e cerca, fino in fondo, fino al Limite, di provarci. Una pasta che sa del sugo di chi l’ha preparato. Perché stare insieme è un rischio ma è la più bella sfida dell’uomo. Una pasta che sa di noi. Della nostra famiglia. Del nostro passato e del nostro futuro. Quando avrò un figlio vorrei dargli il suo nome. E aspettare che cresca per vedere quale pasta vorrà. Mi sforzerò di offrigli il grano, l’acqua e il sole. Ma sarà lui a rintracciare la ricetta dell’impasto. Un filo rosso che ci unisce come nel nostro piatto preferito. Un sugo. Il ragù di mamma. Con gli involtini di carne. Di manzo. Alla barese. Lento. Lento. Denso. Denso.  Siamo della stessa pasta ma con una variazione. Io sono per il numero 23. Lui per l’81. Su una cosa eravamo sempre concordi. Una richiesta per la donna che ci unisce. Una cosa che chiedevamo spesso. E quasi sempre in prossimità del Natale. Che avremmo chiesto insieme anche quest’anno. E che le chiederò anche a nome suo. Mamma, ma una bella pasta al forno? Siamo della stessa pasta. Al forno. Dell’amore che è calore che avvolge e scalda dall’esterno all’interno. L’elettrodomestico della mia anima. Il mio dono per la vita alla Vita. Aspetto l’alba di un nuovo giorno. La mia pasta non scuoce. La mia pasta fa casa. La mia pasta è lui in me ed io in lui.