Granostalgia

Certi amori non finiscono

Ho vissuto a Roma per sei anni e ancora oggi, a distanza di tempo, c’è sempre una valida motivazione per decidere di passare lì il weekend. Tra queste c’è il mitico compleanno di Francesco, amico e collega universitario che puntale, ogni prima settimana di giugno, da dieci anni a questa parte, organizza un mega party nella sua grande villa in campagna.

Sono circa le due del pomeriggio. Scendo dal treno e raggiungo Via Marsala, di fronte alla stazione Termini, dove ci sarà la mia amica Giulia ad attendermi che, come sua buona abitudine, mi bombarderà di domande e informazioni!

–          «Ehi, tesoro! Come stai? Tutto bene il viaggio? Allora, alle quattro dobbiamo stare da Francesco, ci vengono a prendere Camilla e Letizia alle tre. Dobbiamo portare qualcosa da mangiare alla festa, andiamo a fare le spesa, anche se non so assolutamente cosa prendere! Tu hai qualche idea? Ma stai già abbronzata?! Come stanno i tuoi?»

–          «Giulia, non ti preoccupare! Come al solito ho le mie scorte alimentari da vera terrona. Ho portato le orecchiette fatte in casa dalla signora di Bari vecchia e la ricotta marzotica. Serve solo la salsa, qualche pomodorino e foglie di basilico. Cucino io in due minuti e vedrai che faremo il solito figurone.»

–          «Ho tutto a casa, così non dobbiamo neanche fare la spesa. Tesoro, meno male che ci sei tu! Io me ne vado nel panico quando devo cucinare, anche se in realtà non ne ho mai voglia!»

Dopo aver attraversato mezza Roma, finalmente arriviamo a casa di Giulia, un quartiere residenziale immerso nel verde, una vera e propria oasi di pace in questa città.

Nella nostra classica divisione dei compiti in cucina, come un rituale consolidato nel tempo, Giulia, appena entra in casa, mette due pentole d’acqua sul fuoco, e intanto io disfo le valigie. Nel frattempo l’acqua inizia a bollire: aggiungo il sale, in una ci butto le orecchiette e nell’altra i fusilli.

«Allora Giulia, faremo una crudaiola e le orecchiette al sugo di pomodoro e basilico», le dico.

–          «Ma cos’è la crudaiola?»

–          «Giu’, te la sei mangiata un sacco di volte quando venivi a pranzo a casa mia: è un piatto che si mangia a Bari, solitamente d’estate, una ricetta veloce, sincera e gustosa!»

–          «Ah, è vero! È buonissima! Piacerà a tutti!»

«Tu affetta i pomodorini, sminuzza le foglie e grattugia la ricotta marzotica, –  le do istruzioni – il segreto per una crudaiola fatta a regola d’arte è una nevicata copiosa di formaggio e una colata di olio bella abbondante, ai quali aggiungere pomodori e basilico. Si amalgama il tutto con la pasta bollente, ed ecco si crea una cremina dal sapore spettacolare. È un piatto che si gusta al meglio quando si raffredda.»

Io intanto soffriggo l’aglio e verso la salsa in padella.

–          «Sai che alla fesa viene anche Federico?»

–          «Federico Federico?»

–          «Sì, proprio lui!»

–          «Ma non sta con la tipa ormai da una vita?»

–          «No, no! Si sono mollati. Lei lo stressava che si voleva sposare e fare un ragazzino. Lo sai com’è Federico, quello ha sempre voglia di viaggiare, conoscere il mondo e non gli passa per la testa di accasarsi».

Federico era stato uno dei miei flirt romani durante il periodo dell’università, in realtà più di un flirt, solo che come al solito io di fidanzarmi non ne volevo sapere, ci tenevo troppo alla mia indipendenza e, pur di mantenere saldo il mio spirito libero, con il tempo me li sono lasciati scappare tutti.

Federico aveva una pazienza incredibile con me: ero sempre indecisa e sfuggente e, nonostante questo mio modo di fare, lui mi stava sempre appresso. Mi faceva ridere, mi ha fatto subito conoscere i suoi amici di una vita, che mi hanno accolto come se fossi una di loro. Quante ne abbiamo combinate insieme! Concerti, cene nelle peggiori bettole romane, bagni di notte alle terme. Quelli sì che erano bei tempi!

Dopo una mezz’ora ecco pronte due belle coppe di pasta Made in Puglia: in una la crudaiola e nell’altra le orecchiette, piccole e gallose e, con tempismo perfetto, Letizia e Camilla suonano al citofono.

–          «Ragazze, scendete, fate presto –urla Camilla – ci sarà un traffico incredibile e non so quando arriveremo!»

Ed ecco quattro ragazze in macchina – anche se siamo oramai delle donne – che ci mettono un attimo a ritornare invincibili ventenni. Il viaggio in macchina vola, tra chiacchiere sulla ceretta e massimi sistemi, canzoni reggae cantate a squarciagola, come facevamo ai vecchi tempi, quando ci dirigevamo alla volta di una dance hall o di una festa in discoteca.

Dalla metropoli caotica si profila un paesaggio nettamente diverso, fatto di verdi colline ondeggianti con pascoli di mucche, pecore e cavalli, che danno un senso di pace.

Arriviamo a destinazione: la villa di Francesco è da rivista, fatta di due casolari antichi immersi nel verde, con roseti e piante di limoni. In una delle abitazioni è conservata una grande macina in pietra.

C’è già un sacco di gente e appena atterrate è subito festa. Abbracci, urla e baci.

– «A Marià come stai? – È Francesco che mi accoglie – Tutto bene in Puglia? Brava, ce l’hai fatta a venire!»

– «Si, Francesco, nelle Puglie del Regno delle due Sicilie tutto ok. Ti ho portato pure le orecchiette! Non mi sarei persa la tua festa per nulla al mondo».

– «Grande! Poggia tutto sul tavolo.»

Intanto continuano ad arrivare persone, o come si direbbe in gergo, ad imboccare gente, dato che la maggior parte è sconosciuta perfino al festeggiato. Ma tutti hanno rispettato la regola aurea di portare da mangiare, vino e alcolici, in gran quantità.

Nel frattempo i gruppi iniziano ad accordare gli strumenti, dato che la particolarità della festa di Francesco è proprio quella di un grande concerto in stile Woodstock, ma in versione campagnola. Anche qui la location è spettacolare, perché i ragazzi suoneranno sulla terrazza, che affaccia su un grande prato dove ci sarà il pubblico ad assistere alle loro esibizioni.

La festa decolla subito, la gradazione alcolica sale, la brace sotto il palco per cuocere la carne zampilla, creando effetti scenografici. Si balla e si canta a squarciagola, ogni tanto mi stacco dal delirio per farmi i miei giri, prendere da bere e scambiare qualche chiacchiera ma la mia, più che una passeggiata, è una celata ispezione, e di Federico non c’è nemmeno l’ombra.

–          «Giulia, mi sa che Federico non viene alla festa, sono arrivati praticamente tutti, ma lui non c’è.»

–          «Vabbè dai non ci pensare, magari ha cambiato idea, Francesco mi ha detto che ci sarebbe stato, ma lo sai quello è imprevedibile.»

Mi avrebbe fatto piacere vederlo e soprattutto capire cosa avrei provato incontrandolo dopo molto tempo.

Mi metto l’anima in pace e mi godo la festa. Sono ormai brilla e proprio quando a Federico non ci stavo più pensando mi sento abbracciare da dietro le spalle.

– «Ehi, pugliese! Che ci fai da queste parti?

È lui.

Sul mio volto sento il sorriso che si allarga in modo incontenibile e lo abbraccio forte per placare gli imbarazzi.

«Laziale, tutto bene. Ma lo vuoi capire, una volta per tutte, che vengo da un luogo ben preciso, per di più capoluogo di provincia?»

Ogni volta era un battibecco continuo, sul fatto che al massimo sono barese e non solo pugliese, che la Puglia è una regione e che Bari è una città e Federico ci giocava sempre su questa cosa, sulla quale puntualizzavo sistematicamente, perché lui, ma anche i miei amici romani, tendevano a generalizzare la provenienza di tutti coloro che non erano di sangue capitolino. Ed io insistevo sul fatto che questo era indice di un modo superficiale di vedere le cose.

Il cuore mi batte forte e sono felice di vederlo, e subito inizia a farmi ridere con le sue battute stupide che partono a raffica.

– «In Puglia le strade le avete cementate o vivete in mezzo alla campagna? Ho visto un’intervista dove Cassano (il calciatore) diceva che non avrebbe giocato nella Roma, e che non avrebbe lasciato Bari, perché si voleva fidanzare con una ragazza cozzala (questo gliel’avevo insegnato io, la versione barese di burina) di nome Marianna, che voleva vivere solo a Barivecchia. Meglio, perché io tifo per la Lazio e se Cassano va a giocare nella Roma ci fa perdere di sicuro il Campionato».

– «Avvisami quando hai finito di dire queste scemenze. Anzi, ti consiglio di darti una mossa e andare a mangiare: ho fatto la crudaiola e le orecchiette al pomodoro.»

– «E solo mò me lo dici. Vado!»

Federico si allontana e con lui l’idea di ciò che sarebbe potuto essere se solo non avessi deciso di troncare con lui.

Mi prende un po’ di malinconia e vado dalla mia amica Giulia, che nel frattempo aveva assistito a tutto e captato perfettamente i miei stati d’animo, infatti mi abbraccia.

– «Dai che ne troverai uno più bello e con la testa sulle spalle, non ci pensare.»

– «Sì Giulia, hai ragione, infatti non lo cerco più. Anzi, se lo vedi dimmelo, che lo scanso.»

La festa procede, io ballo e chiacchiero con chiunque, ma nel frattempo la mia mente cerca di distrarsi. Penso che tra due giorni sarò al mare, che partirò per la Corsica, allo shopping che domani faremo io e Giulia, per cancellare quel film che era già partito nella mia testa: io, Federico e tre bambini in giro per il mondo sei mesi l’anno.

«Comunque non si fa così!  – Mi sorprende nuovamente alle spalle Federico – La devi smettere di dirmi le bugie, le orecchiette se le sono spazzolate subito! Mi hai fatto mangiare solo pizzette.»

L’atteggiamento da super donna sostenuto impeccabilmente fino a un attimo prima si volatilizza e questa volta sono io che gli butto le braccia al collo e lo stringo forte, come se non volessi lasciarlo scappare via.

«Lo vedi come sei?  – Mi sussurra all’orecchio – Vuoi fare l’emancipata, ma in fondo sei la classica meridionale sentimentale.»

Così come mi fa divertire Federico, ci mette un attimo a stuzzicarmi sui miei punti deboli.

«Sei il solito imbecille e ti meriti di stare solo con delle cerebrolese!» – Gli dico stizzita e staccandomi subito da lui – me ne vado. Anzi, scappo. È la cosa che mi riesce meglio.

Federico mi rincorre, mi raggiunge e mi tira per un braccio.

«Lasciami! Mi fai male!»

«No. Questa volta non ti lascio andare.»

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