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05 agosto 2016

Pensiero felice: orecchiette, grazie!

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Quando devo iniziare a scrivere un nuovo racconto prendo sempre il mio quaderno e scrivo queste parole: “Iniziare un racconto non è mai facile”.

Richiudo il mio quaderno, lo metto nel mio fedele zaino ed esco di casa. Per iniziare a scrivere ho bisogno del mio “pensiero felice”, per dirla alla Peter Pan, e poiché il mio pensiero felice è facilmente raggiungibile in treno, vado nella piccola stazione del paese in cui vivo e faccio un biglietto di sola andata per la Puglia.

 

“Dottore deve scrivere un nuovo racconto? Ecco il suo biglietto”, puntuale arriva la domanda della signora della biglietteria che conosce questa mia abitudine di andare in Puglia per ogni nuovo racconto.

“Sì signora, grazie e mi saluti suo marito”.

Il treno è già al binario, salgo e mi accomodo.

 

Adoro il treno, quando posso lo preferisco di gran lunga all’aereo. Mi piacciono le stazioni, mi piace guardare fuori dal finestrino i paesaggi che cambiano, mi piace osservare i miei vicini di posto.  Per questo amore incondizionato non posso far altro che ringraziare mio padre ferroviere in pensione, capostazione per una vita. Il viaggio dura qualche ora e mi godo lo spettacolo, leggendo e mangiando anche un panino.

 

In stazione mi aspetta Pietro, che mi accoglie come sempre abbracciandomi molto calorosamente: “Bentornato, come stai? Hai fame? Mia moglie sta preparando il pranzo, non fare i soliti complimenti”. “Ciao Pietro, bene grazie e tu? Ti ringrazio per l’invito ma purtroppo devo rifiutare, vorrei subito mettermi a lavoro e ho appena mangiato un panino”, rispondo rifiutando a malincuore un pranzo che conosco perfettamente.

“Un panino? Dottore ma veramente dici? Tu eri quello che da bambino si mangiava anche il tavolo!”, ha ragione Pietro, ha perfettamente ragione.

“Lo so Pietro. E so anche che il pranzo di tua moglie potrebbe durare anche cinque o sei ore”, più altre 3 ore per digerirlo penso tra me e me.

“Va bene, ho capito il successo ti ha chiuso lo stomaco. Ti porto subito al trullo e siccome sapevo già la tua risposta mi sono preoccupato di farti trovare il frigo pronto e qualche provvista. Ti fermi per molto vero?”. Mi conosce Pietro, ormai da 40 anni.

 

Pietro è il vicino di casa del mio “Pensiero felice”. Il mio pensiero felice è il trullo dei miei nonni in Valle d’Itria. Ho bisogno di questo posto per concentrarmi, un luogo meraviglioso che ha segnato la mia infanzia e che continua a segnare anche il mio presente, per l’ispirazione che mi regala quando devo scrivere dei nuovi racconti.

 

Passo a salutare la signora Maria che riesce ad estorcermi l’assaggio di un carciofo fritto a cui non ho saputo proprio dire di no, prendo le chiavi e mi incammino verso il trullo. La strada da casa di Pietro alla nostra è una delle passeggiate che più adoro, 200 metri di assoluto spettacolo: fichi d’india, alberi di ulivo ovunque, il marrone scuro della terra che mette in risalto il bianco dei muretti a secco.

 

Apro la porta del trullo, poggio il mio zaino in camera da letto e vado in cucina. Apro il frigo e la dispensa e mi rendo subito conto di come Pietro, e soprattutto Maria, mi conoscano bene. C’è tutto quello di cui ho sentito la mancanza in questi mesi: latticini, capocollo di Martina, pomodori sott’olio, taralli, frise, biscotti di mandorla, olio e vino fatti in casa e perfino il pane, fatto in casa pure lui, da Maria nel suo forno in pietra. “Bentornato a casa” sono le parole scritte su un bigliettino lasciato sul tavolo. La firma è di Pietro e Maria.

 

Non perdo tempo, prendo due frise, le passo velocemente sotto l’acqua e sopra ci metto due pomodorini, un filo d’olio e un pizzico di sale. Vado sul piazzale davanti e mi siedo sulla mia poltrona preferita mentre il sole va a nascondersi dietro i coni del trullo. Ora sì che mi sento ufficialmente a casa.

 

Questo luogo è davvero pieno di ricordi, di altri pensieri felici. Quando ero bambino ci passavo le estati intere con i miei cugini. I nostri genitori ci lasciavano trascorrere le vacanze con i nonni al trullo e noi eravamo i bambini più felici del mondo. Potevamo fare davvero di tutto e c’era solo una regola: “Facciamo un accordo: io vi faccio giocare ovunque ma voi non superate le recinzioni e non andate nella terra del vicino. Guai a voi se vi allontanate e cercate di non farvi male, altrimenti i vostri genitori chi se li sente! Un’altra cosa: non vi avvicinate troppo ai fichi d’india”. Me la ricordo a memoria questo avvertimento del nonno.

 

Il vicino era Pietro e io e mio cugino siamo andati nel suo terreno nonostante le parole del nonno un sacco di volte ma spesso finiva con lui che ci scopriva e per “premio” ci offriva anche una bella bibita fresca dicendo: “Non vi preoccupate. Vi copro io con il brontolone di vostro nonno”.

 

Con il sorriso sulle labbra rientro in casa e, mentre chiudo la porta, mi soffermo su un particolare. Tra gli attrezzi da cucina intravedo un altro pensiero felice: il tavoliere per la pasta di mia nonna.

È un attimo e mi ritrovo bambino, catapultato nella cucina del trullo. L’odore del ragù sul fuoco riempie la casa, mia nonna è seduta al tavolo mentre sul tavoliere trasforma dei pezzi grandi di massa in tante strisce più sottili, prima con una mano e poi con due, avanti e indietro, con questo movimento continuo, armonico, perfetto. Poi prende le strisce e magicamente, per me era una magia, con un coltello e le sue dita, trascinando la massa sul tavoliere, creava le orecchiette. Io restavo imbambolato a guardarla e aspettavo queste parole: “Vieni dai, prova a farle tu”. Mi sedevo sulle sue gambe e creavo le mie orecchiette che erano facilmente individuabili nei piatti durante il pranzo, ben diverse da quelle perfette di mia nonna.

 

Credo sia il momento giusto, accendo il computer, metto un po’ di musica prendo il mio quaderno leggo “Iniziare un racconto non è mai facile”, tiro una linea su quelle parole, scrivo “Iniziamo” e inizio a scrivere. Quando finisco questo racconto devo andare assolutamente a pranzo da mia nonna. Orecchiette, grazie.